Fundraising

Fasi di una start up: ciclo di vita e round di finanziamento

25 Luglio 2022 Domenico Uva

Le fasi di vita di una startup, da idea ad impresa

Il ciclo di vita di una startup è formato da fasi ben contraddistinte che portano dalla definizione dell’idea di business, al suo sviluppo fino alla messa sul mercato del prodotto e ad un’eventuale scale-up. Le fasi di una startup sono scandite anche da particolari strumenti e metodi di finanziamento che intervengono in un determinato momento del ciclo di vita. Con l’aiuto di Domenico Uva, Senior Innovation Consultant del Centro di Eccellenza di BIP su Strategy ed Innovation, vediamo quali sono le fasi principali del ciclo di vita di una startup, le caratteristiche che le contraddistinguono e le modalità di finanziamento che intervengono in ciascuna di esse. 

Startupper che discutono delle fasi startup da pianificare

Fasi di vita di una startup

Il ciclo di vita di una startup è contraddistinto da fasi ben precise, che caratterizzano un momento nella crescita del progetto e portano dall’iniziale idea di business alla realizzazione del prodotto e al lancio di quest’ultimo sul mercato. Ogni fase del ciclo di vita della startup, inoltre, è caratterizzata da modalità e fasi di finanziamento differenti, pensate per la specifica situazione in cui si trova l’impresa in quel momento a cui sono corredati .
In questo articolo, con l’aiuto di Domenico Uva, Senior Innovation Consultant del Centro di Eccellenza di BIP su Strategy ed Innovation, con esperienza come business manager e come mentor di startup in programmi di incubazione nazionali e internazionali, vedremo quali sono le fasi che scandiscono il ciclo di vita di una startup e le fasi di finanziamento corrispondenti ad ogni step.

Le fasi di vita di una startup sono: 

  • Pre-Seed e Bootstrapping
  • Seed
  • Early Stage
  • Early Growth
  • Growth
  • Exit


Come ci ricorda Domenico Uva, “tutte le volte in cui si parla di fasi di una startup, il focus si sposta su quello che è il punto di vista finanziario. Quindi, i diversi round di finanziamento e i diversi investitori che entrano nella singola fase vanno a definire un po’ quella che è la fase stessa”.

Si tratta però di una visione condivisa solo in parte dall’esperto Uva, che sostiene la necessità di “una divisione di fasi del ciclo di vita dal punto di vista degli investimenti, dal punto di vista modello di business e una terza, tutta mia, che riguarda la consapevolezza dei founder, o startupper.
Sappiamo infatti che le imprese innovative crescono grazie alle persone che le compongono, soprattutto nella fase iniziale, e quindi credo sia importante andare a definire per ogni fase quello che è il livello di consapevolezza del founding team o comunque dei co-founder della startup”. Conoscere le fasi di una startup e come queste influiscano sul ciclo di vita dell’impresa innovativa, permette allo startupper di avere maggiore padronanza nell’utilizzo degli strumenti a disposizione nelle fasi di finanziamento che si succederanno.

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Nei prossimi paragrafi dell’articolo, con l’aiuto di Domenico Uva, tratteremo tutte le singole fasi di una startup, il loro peso nel successo dell’impresa innovativa, nonché le fasi di finanziamento che corrispondono alle singole fasi di vita.


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Giovane startupper che mostra ai suoi membri del team come ha pianificato le fasi della startup

Pre-seed e bootstrapping

La fase pre-seed o bootstrapping è la fase più embrionale del ciclo di vita di una startup, in cui l’idea di business è stata appena concepita e deve essere ancora validata dal mercato. Si tratta di una fase della startup molto delicata per due principali ragioni:

  • La possibilità che lo startupper, troppo euforico per la sua idea di business, tralasci la validazione dell’idea per passare alle fasi successive o la affronti da un punto di vista troppo soggettivo, che comporta un’errata valutazione;
  • La scarsità di fondi disponibili e di potenziali investitori interessati ad un progetto ancora inesistente.

Come ci ricorda Domenico Uva: “possiamo definire una prima macro fase della startup, che è una fase di discovery, una fase che dal punto di vista finanziario possiamo denominare pre-seed o bootstrapping. Spesso vengono divise perchè, solitamente, quando si parla di pre-seed si intende già un ingresso di altri interlocutori finanziari come gli angel investor; mentre con la fase bootstrap si tende ad indicare l’andare avanti con le proprie gambe”.

Ma quali sono i soggetti finanziari che intervengono in questa prima fase di una starup?

“Come capitale d’investimento, abbiamo i soldi del founder nella fase di bootstrap oltre che alle risorse donate dai rinomati 3F “Friends, Family e Fools”,” spiega Uva. “In questa particolare fase della startup sarà fondamentale cercare di ridurre il più possibile il valore del burn rate in modo da poter sostenere l’impresa innovativa per un maggiore lasso di tempo con le prime risorse economiche in possesso”.

Dal punto di vista del modello di business, l’esperto business manager ci ricorda come ci troviamo nella fase di “ricerca del problem-solution fit. Dovremmo cioè chiederci se l’individuazione del problema e del bisogno è stata validata e cioè se la startup nasce per risolvere un problema sentito da qualcuno”.
Infine, dal punto di vista della consapevolezza dei founder, come afferma lo stesso Uva, “questa è la fase di discovery pura, in cui dobbiamo porci domande e riuscire a darci delle risposte che siano quanto più possibili utili a validare le nostre ipotesi e che dovranno quindi essere validate con interviste, questionari, ricerche e altro.”

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Seed 

Nella seconda fase del suo ciclo di vita, detta fase di seed, la startup ha l’obiettivo di creare una solida struttura alla base dell’idea di business che le permetterà di entrare nel mercato di riferimento.

Dal punto di vista della consapevolezza dei founder, l’esperto Domenico Uva parla di fase del risveglio: “fatta da sensazioni di inadeguatezza, ostacoli che ci sembrano insormontabili legati al funding, al trovare investitori e investimenti. In questa fase vi è fortissima confusione”.

Dal punto di vista finanziario, in una fase di particolare incertezza come la fase di seed, Uva ci spiega che gli investitori “investono sul founding team, magari composto da founder che hanno già avuto precedenti esperienze con la creazione e gestione di una startup, e non sul modello di business che deve essere ancora validato”.

Infine, dalla prospettiva del business model, la startup si trova nella fase di validazione. Come sostiene Uva, “in questa fase si deve andare a validare non il problema, ma l’offerta. Trovato un problema, un problema che esiste per qualcuno, bisognerebbe porsi la domanda: l’offerta, il prodotto o servizio che ho ideato, è utile a risolvere quel problema di quel particolare customer? È disposto a pagare quella cifra che ho in testa per risolvere quel particolare problema? Questa è la validazione dell’offerta”.

Si tratta  quindi del momento, nella fase di vita di una startup, in cui viene realizzato un primo prototipo del prodotto finale con le caratteristiche minime per soddisfare le esigenze del mercato individuate: il Minimum Viable Product. 

Successivamente si potranno utilizzare le prime risposte, o feedback, degli early adopters per affinare il prodotto e il business model. 

Early stage

In questa terza fase del suo ciclo di vita, la startup si avvicina ad un momento cruciale, che come ricorda Domenico Uva “corrisponde alla validation e costruzione della customer base. Si deve continuare a validare e a fare dei piccoli pivot nel modello di business, nel prodotto, e costruire la customer base”.

Dal punto di vista finanziario, come ricorda Uva, “se non sono già entrati, è il momento che entrino dei VC (venture capital) e quindi di cominciare ad aprire dei dialoghi con le corporate e tutto quello che è il paradigma dell’open innovation, dei business angels e del crowdfunding, o di supporto da parte di acceleratori per startup”.

Dal punto di vista del business model, nella fase di early stage la startup dovrà concentrare le proprie energie e risorse nell’aggredire il mercato e ottenere visibilità. Come afferma Uva, “in questa fase devo raggiungere il channel-product fit. Ho trovato un prodotto che va bene sul mercato. Ora devo crearmi un ecosistema intorno per raggiungere i miei clienti che sia scalabile e in linea con il mio modello di business e con quello che voglio fare”.

Dal punto di vista dei founder si parla finalmente di consapevolezza. Come afferma Domenico Uva “sono consapevole dei miei limiti e dei miei punti di forza. Parliamo della co-costruzione del processo di ottimizzazione del funnel e dei canali di relazione con i miei clienti, consolidamento del mio modello di business che deve essere ben validato”. 

Startupper che discutono delle fasi startup da pianificare

Early growth

Giunti nella fase di early growth, la startup sta iniziando a vendere i primi prodotti, a conquistare una posizione nel mercato di riferimento e trasformarsi in una impresa dalla struttura ben consolidata. In questa fase Domenico Uva afferma che “i punti su cui concentrarsi sono due:

  • Il team: devo portare competenze nel mio team. Non basta più l’entusiasmo, non basta più un prodotto innovativo, in questa fase devo rubare quote di mercato ai miei competitor, o nel caso di oceano blu, devo ampliare il mercato e per farlo devo avere manager competenti, che hanno esperienza, hanno lavorato in altri mercati;
  • I costi e i ricavi. In questa fase di mercato la metrica chiave è il fatturato; devo crescere anche a danno dei costi. Avere quindi dei costi che superano i miei ricavi, ma avere anche dei ricavi fortemente crescenti che permettano la  crescita rapida, per andare a trovare la sostenibilità del mio modello di business”.

In questa fase “possono e devono entrare investimenti che vengono da investitori istituzionali, quindi VC, corporate venture capital CVC, o fondi di private equity”, afferma lo stesso Uva.

Dal punto di vista dei founder, “parliamo di entusiasmo consapevole. Stiamo crescendo, e si tratta di entusiasmo attraverso grazie al quale il founder capisce il proprio ruolo in azienda e si fa supportare con una visione di medio-lungo termine,” spiega Uva. 

In questa fase i finanziamenti avverranno in due round differenti comunemente chiamati round di serie A e di serie B, i cui elementi di differenziazione sono il rischio e il volume del finanziamento, che verranno utilizzati per il processo di “company bulding”.

Round di serie A 

Consistono solitamente in fasi di finanziamento dal grande volume di denaro, tra 1 e 10/15 milioni di euro. Vengono generalmente utilizzati per: 

  • Entrare in nuovi mercati;
  • Sviluppare nuovi canali di distribuzione;
  • Consolidare iniziative e strategie di marketing;
  • Solitamente i finanziatori presenti in questa fase sono Venture Capital e fondi di Private Equity.

Dopo questo primo round, l’iniziale percentuale di fallimento della startup del 99% è scesa all’80% grazie alle solide basi organizzative create e alle prime vendite registrate. 

Per approfondire, leggi il nostro articolo sulla situazione dei venture capital in Italia.

Round di serie B 

Nel round di serie B gli investimenti concessi aumentano ancora di volume, anche grazie alla progressiva diminuzione del rischio. In questa fase l’obiettivo primario della startup sarà quello di crescere ed espandersi il più velocemente possibile per aumentare la propria quota di mercato. 

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Growth

Nella fase growth la startup è entrata nel pieno della sua crescita: il prodotto è sul mercato, e pronto per essere venduto al numero più alto possibile di clienti. In questa fase, Domenico Uva parla di maturità: “si parla di consolidamento e maturità legata all’ingresso di altri mercati anche grazie alle acquisizioni, il modo più veloce per crescere”.

Dal punto di vista dei founder, come afferma Uva, “in questa fase ho dimostrato talmente tanto che riesco ad accedere a capitali molto ingenti e riesco ad avere un vantaggio competitivo di cassa rispetto ai miei competitor e quindi riesco ad avere capitale disponibile per comprare ed entrare direttamente in un mercato. Quindi qui è tutto consolidato, ho un management team forte, ho un business solido, sono scalabile, ho cash e ne trovo di nuovo per crescere.”

Dal punto di vista finanziario, come sostiene Domenico Uva, “si parla del terzo round in avanti fino ad arrivare alla IPO. Tuttavia, si potrebbe anche andare avanti con altri round di finanziamento; la scelta spetta al founder, che potrebbe anche considerate i capitali a debito”. In questa fase del ciclo di vita della startup si parla quindi di investimenti di serie C. Questi sono contraddistinti da un basso rischio di fallimento; generalmente questa fase precede la IPO (Initial Public Offering), motivo per cui le risorse economiche vengono utilizzate per rafforzare le attività e i processi già in atto. I finanziamenti concessi vengono quindi impiegati per raggiungere il massimo valore prima di essere quotati in borsa o essere venduti ad un’altra azienda. 

Exit

Se avete raggiunto l’ultima fase del ciclo di vita della startup, vorrà dire che è arrivato il momento dell’exit. Si tratta della fase in cui gli investitori effettuano l’uscita dalla startup, che ha ormai raggiunto la piena operatività ed è in grado di finanziare le prossime operazioni con i ricavi generati.

Esistono diverse opzioni valide per effettuare l’exit strategy. Queste sono:

  • Quotazione in borsa: la startup ha avuto successo e può permettersi di fare una IPO (Initial Public Offering) e quotarsi in borsa. Così facendo gli investitori potranno cedere le proprie azioni e ottenere il guadagno sperato;
  • Acquisizione: consiste nella vendita della società ad un’altra azienda, solitamente un grosso competitor che decide di acquistare una startup innovativa permettendo così agli investitori di cedere le loro quote e realizzare una plusvalenza;
  • Buyback: processo secondo il quale il founder riacquista le quote della startup cedute in precedenza agli investitori, che otterranno un guadagno sull’investimento iniziale;
  • Secondary sale: il fondatore vende delle quote della startup a terzi riuscendo tuttavia a mantenerne alcune che gli consentono di operare ancora all’interno della startup; 
  • Write-off: situazione che si verifica qualora la startup sia prossima al fallimento. In questo caso gli investitori decidono di ritirarsi dall’investimento per limitare le proprie perdite.

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