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Private Equity: Cos’è e Come Funziona

6 Maggio 2024 SprintX

Cosa significa Private Equity e quali sono i vantaggi e rischi di questo strumento finanziario?

Il private equity rappresenta un pilastro fondamentale all’interno del panorama finanziario, incanalando il capitale verso opportunità di investimento ad alto potenziale di crescita. Questa guida autorevole si rivolge agli imprenditori, agli startupper, agli investitori istituzionali e agli operatori del settore, con l’obiettivo di delineare con precisione i meccanismi, le caratteristiche distintive e le opportunità di questo strumento finanziario. Offre un quadro completo delle implicazioni e dei risvolti del private equity nel contesto globale.

Una piantina cresce su una pila di monete dentro un barattolo di vetro, rappresentando il concetto di crescita e accumulo di capitale tramite investimenti in private equity.

Cos’è il private equity? Definizione e significato

Il private equity (capitale privato) rappresenta una forma di investimento istituzionale o professionale che consiste nell’apportare capitale a società non quotate in borsa, ovvero quelle che operano al di fuori dei mercati azionari pubblici, come le startup.

Gli investitori in questo settore, che includono fondi pensione, istituti finanziari e individui ad alto patrimonio netto, cercano di acquisire partecipazioni significative in queste aziende per influenzarne la crescita e aumentarne il valore nel tempo. Storicamente, il concetto di private equity ha radici che risalgono al periodo post-seconda guerra mondiale, con la nascita delle prime società di private equity sia negli Stati Uniti che nel Regno Unito. L’evoluzione del settore è stata accelerata da iniziative legislative, come lo Small Business Investment Act del 1958 negli USA, che hanno promosso le attività di private equity, soprattutto attraverso le Small Business Investment Companies.

Le società target del private equity sono generalmente non quotate, poiché la quotazione in borsa le colloca nella categoria della public equity. Tuttavia, anche le startup innovative con bassa capitalizzazione azionaria possono attrarre investimenti di private equity, offrendo progetti attraenti e lavorando in settori con ampie possibilità di crescita. Questi investimenti sono caratterizzati da un rischio più elevato ma possono risultare estremamente remunerativi. Il processo di private equity si articola in diverse fasi: dalla raccolta di fondi dagli investitori alla selezione delle società target, fino all’attiva partecipazione nella gestione aziendale per implementare miglioramenti operativi o strategici. L’obiettivo finale è la realizzazione di un guadagno sostanziale tramite una exit strategy, che può avvenire con vendita della partecipazione acquisita o la quotazione in borsa dell’azienda.

In Italia, l’Associazione italiana del private equity, venture capital e private debt (AIFI) rappresenta un punto di riferimento per il settore dal 1986. La presenza del private equity nel panorama finanziario italiano dimostra l’importanza crescente di questa forma di investimento nel sostenere lo sviluppo e l’innovazione delle imprese nazionali.

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Quali sono le caratteristiche degli investimenti di private equity?

Gli investimenti di private equity si distinguono per la loro natura “privata” e di “equity“. A differenza del debt financing, che prevede il finanziamento attraverso il debito come prestiti bancari o l’emissione di obbligazioni, il private equity si basa sull’equity financing. Questo significa che il finanziamento avviene attraverso l’acquisto di azioni, che non creano debito ma rappresentano una quota di proprietà nell’azienda. Una caratteristica fondamentale del private equity è la sua illiquidità: gli investimenti sono generalmente a lungo termine, spesso con un orizzonte temporale dai cinque ai dieci anni, e raramente consentono un’uscita anticipata. L’accesso a questi fondi avviene tramite società specializzate che investono in aziende non quotate, il che comporta una valutazione meno trasparente e più soggettiva rispetto alle società quotate in borsa.

I fondi di private equity operano con una prospettiva a medio-lungo termine, solitamente di 10 anni, suddivisi in un periodo iniziale di investimento e uno successivo di disinvestimento. A differenza dei fondi di venture capital che si concentrano su startup o imprese ad alto potenziale di crescita, i fondi di private equity investono in società con business consolidati e un solido track record. La creazione di valore avviene attraverso la stretta collaborazione con il management delle società partecipate per implementare strategie di crescita delineate nel piano industriale. Un altro vantaggio distintivo dei fondi di private equity è l’accesso a capitali esterni che possono essere altrimenti difficili da ottenere per le piccole e medie imprese. Questi investimenti possono essere finanziati attraverso canali bancari o direttamente dai capitali del private equity, a seconda del profilo di rischio.

Infine, è importante sottolineare che i costi associati agli investimenti in private equity possono essere elevati e variabili, includendo spese di gestione e performance che spesso superano la media del settore.

Cosa sono i fondi di private equity?

I fondi di private equity sono entità finanziarie che raccolgono capitali da investitori privati, come risparmiatori, fondi di investimento, e altri soggetti al di fuori del contesto bancario, per poi reinvestirli in aziende non quotate in borsa. Questi fondi svolgono un ruolo cruciale nel panorama finanziario offrendo non solo capitale, ma anche un supporto strategico e manageriale alle imprese in cui investono. La particolarità dei fondi di private equity risiede nella loro capacità di apportare competenze specifiche e know-how settoriale, contribuendo attivamente alla crescita e al successo delle aziende partecipate.

Essi operano con l’obiettivo di aumentare il valore delle società nel medio-lungo termine, spesso attraverso la vendita strategica, l’offerta pubblica iniziale (IPO), o la cessione a un altro operatore finanziario. In termini strutturali, i fondi di private equity possono essere organizzati in diverse forme giuridiche, come le società di gestione del risparmio (SGR) o le limited partnerships (LP), specialmente negli Stati Uniti. In Italia, oltre alle SGR, si utilizzano anche strutture estere per motivi regolamentari e amministrativi.

All’interno dei fondi, i general partner (soci accomandanti) sono responsabili della gestione degli investimenti e prendono le decisioni operative, mentre i limited partners (soci accomandatari) forniscono il capitale senza avere responsabilità gestionali dirette. Questa distinzione garantisce una chiara separazione tra chi fornisce il capitale e chi gestisce gli investimenti.

I fondi di private equity rappresentano dunque una fonte di finanziamento alternativa per le piccole e medie imprese e startup, offrendo risorse finanziarie senza generare debito e accompagnando le aziende partecipate verso traguardi di crescita e sviluppo sostenibili nel tempo. La scelta del fondo giusto richiede un’attenta valutazione delle competenze e della filosofia d’investimento per assicurare una partnership efficace e vantaggiosa per entrambe le parti.

Tipi di fondi di private equity

Nel mondo del private equity si distinguono i seguenti tipi di fondi:

  1. Angel Investing/Seed Capital: Questi investimenti sono realizzati da angel investor o business angel, individui ad alto patrimonio netto che forniscono capitale a startup in fase iniziale, spesso operando attraverso reti informali.
  2. Fondi di Private Equity: Generalmente strutturati come limited partnership, questi fondi raccolgono capitali da investitori per acquisire quote in aziende mature non quotate in borsa, talvolta anche tramite operazioni di leveraged buyout.
  3. Fondi di Venture Capital: Sottocategoria del private equity che si concentra su società emergenti con un alto potenziale di crescita, spesso con flussi di cassa negativi e bisognosi di finanziamenti per lo sviluppo e il lancio di prodotti innovativi.
  4. Development Capital: Investimenti destinati a società già avviate e in rapida crescita, con flussi di cassa positivi e necessità di espandere la propria presenza sul mercato.
  5. Management Buyout (MBO) / Management Buyin (MBI) / Buy-In Management Buyout (BIMBO): Acquisizioni dell’azienda target da parte del management interno o esterno, spesso supportate da fondi di private equity e talvolta utilizzando finanziamenti al fine di ottimizzare la struttura del capitale (leveraged buyout).
  6. Special Situation o Fondi di Turnaround: Questi fondi si specializzano nell’investire in aziende che stanno attraversando periodi di crisi o ristrutturazione, offrendo capitale e competenze gestionali per il loro rilancio operativo e finanziario.

Ogni tipo di fondo ha il proprio ambito di intervento e strategia d’investimento, rendendosi pertanto più adatto a determinate fasi della vita aziendale o a specifiche esigenze delle imprese. La scelta del fondo più appropriato dipende dagli obiettivi e dalle caratteristiche della società in cerca di finanziamento.

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Due uomini d'affari in abiti formali discutono strategie di crescita aziendale in un ufficio luminoso, simboleggiando il ruolo del private equity nel sostegno alle imprese

Come funziona il private equity?

Il private equity rappresenta un’importante leva finanziaria per le imprese non quotate in borsa, specialmente per quelle che hanno bisogno di capitali per sviluppare progetti di espansione e innovazione. Ma come si articola esattamente questo processo?

Innanzitutto, i fondi di private equity raccolgono capitali da investitori istituzionali o privati qualificati, come fondi pensione, assicurazioni e high-net-worth individuals. Questi capitali vengono poi utilizzati per acquisire partecipazioni in aziende selezionate, le cosiddette società target, che presentano potenzialità di crescita e necessità di investimenti esterni.

Dopo l’acquisizione delle quote, il fondo di private equity diventa un attore chiave nell’azienda, spesso influenzando le decisioni strategiche e fornendo supporto professionale al management. L’obiettivo è quello di incrementare il valore dell’impresa attraverso diverse strategie: miglioramento dei processi aziendali, espansione geografica o settoriale, sviluppo di nuovi prodotti o servizi, e ristrutturazione operativa.

Il ciclo di vita del private equity si suddivide in diverse fasi. Durante il periodo di investimento, che può durare circa cinque anni, il fondo acquisisce partecipazioni nelle società target. Successivamente si passa alla fase di disinvestimento, durante la quale si cerca di valorizzare e liquidare le aziende in portafoglio per realizzare un ritorno sull’investimento.

Esistono diverse modalità operative all’interno del private equity, che variano a seconda della fase di sviluppo dell’azienda target. Il venture capital si concentra sulle fasi iniziali dell’impresa, l’expansion financing sostiene la crescita esterna o interna, mentre il bridge financing prepara l’azienda alla quotazione in borsa. In situazioni più critiche si parla invece di turnaround financing, finalizzato a superare crisi aziendali.

I fondi di private equity sono gestiti da manager esperti (general partner), che ricevono una remunerazione basata sulle performance e quindi incentivati a gestire i fondi con diligenza e impegno. Questo sistema minimizza i problemi di agency tra gli investitori (limited partner) e i gestori del fondo.

Infine, la liquidazione dell’investimento può avvenire tramite diverse strategie: quotazione in borsa, vendita a concorrenti o ad altri fondi, o cessione alle stesse società finanziarie. Queste operazioni sono sempre finalizzate a massimizzare il ritorno economico per gli investitori del fondo.

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Qual è la differenza tra private equity e venture capital?

Il mondo degli investimenti in capitale di rischio è articolato e comprende varie tipologie di finanziamenti, tra cui spiccano il private equity e il venture capital.

Sebbene entrambi rientrino nella categoria degli investimenti in aziende non quotate, si distinguono per le fasi di sviluppo delle imprese in cui intervengono e per le strategie adottate. Il private equity si rivolge principalmente a imprese già consolidate e mature, con fatturati sostanziali e una base di clienti stabile.

Gli investitori di private equity puntano a società che richiedono capitale per espansione, ristrutturazione o per cambiamenti nella struttura proprietaria. L’obiettivo è quello di migliorare la performance finanziaria e operativa dell’azienda, per poi rivenderla o quotarla in borsa, realizzando un profitto. D’altro canto, il venture capital si concentra su imprese in fase di avviamento o crescita, come startup innovative o scale-up con elevato potenziale tecnologico o di mercato.

I venture capitalist sono disposti ad accettare un rischio maggiore in cambio della possibilità di ottenere rendimenti elevati. Oltre al capitale, offrono anche un supporto strategico e manageriale per aiutare l’impresa a svilupparsi e raggiungere il successo. In sintesi, mentre il private equity interviene su imprese mature alla ricerca di una nuova fase di sviluppo, il venture capital supporta aziende giovani e dinamiche nelle prime fasi del loro ciclo di vita, quando il bisogno di capitali è critico per la crescita e la realizzazione delle loro innovazioni.

Qual è la differenza tra private equity e business angel?

Nel panorama degli investimenti per le startup e le imprese in crescita, business angel e private equity rappresentano due figure chiave ma con ruoli e approcci distinti. Il business angel, o angelo investitore, è un individuo facoltoso che decide di impiegare parte del proprio patrimonio per finanziare startup promettenti nelle loro fasi iniziali, offrendo il cosiddetto seed capital.

Questi investitori operano spesso da soli o all’interno di reti informali, mettendo a disposizione non solo capitali ma anche la propria esperienza e il proprio network per sostenere le aziende nel loro percorso di crescita. Al contrario, i fondi di private equity sono entità collettive, strutturate solitamente come partnership limitate, che raccolgono capitali da un insieme di investitori per essere poi allocati in aziende più mature rispetto a quelle tipicamente nel mirino dei business angels.

L’obiettivo dei fondi di private equity è quello di acquisire partecipazioni significative in queste imprese, spesso con l’intenzione di influenzare la gestione aziendale e implementare strategie di miglioramento operativo o finanziario per incrementarne il valore. Mentre i business angels tendono a intervenire nelle prime fasi della vita aziendale con investimenti relativamente contenuti, i fondi di private equity si posizionano in una fase successiva dello sviluppo delle imprese, con investimenti più cospicui e un orizzonte temporale medio-lungo termine prima del disinvestimento. Inoltre, l’accesso ai fondi di private equity può essere limitato da soglie minime di investimento elevate, mentre i business angels possono scegliere liberamente l’entità del proprio impegno finanziario.

Il private equity in Italia

Il settore del private equity in Italia sta attraversando un periodo di contrazione, come evidenziato dai dati più recenti forniti dall’Associazione Italiana del Private Equity, Venture Capital e Private Debt (AIFI). Nel primo semestre dell’anno corrente, si è registrata una notevole riduzione nell’ammontare degli investimenti effettuati dalle società attive nel private equity, nonostante il numero di operazioni sia rimasto sostanzialmente stabile. Questa situazione riflette un contesto economico sfidante, caratterizzato da tassi di interesse elevati e da un quadro macroeconomico incerto.

La ricerca di alternative ai tradizionali investimenti obbligazionari si è ridimensionata con il ritorno di rendimenti più attraenti nei mercati dei bond, riducendo l’attrattiva del private equity come fonte di rendimento alternativo. Tale trend non è isolato ma si inserisce in un contesto globale dove, secondo le analisi di SP Global, la situazione è ancora più marcata.

A fine ottobre 2023, il numero di nuove raccolte fondi nel settore del private equity e venture capital a livello mondiale si attestava a poco più della metà rispetto all’anno precedente. Si registra una diminuzione sia nel numero delle operazioni, i cosiddetti “deal”, sia nel controvalore totale delle transazioni, che ha subito un calo del 55%, passando da 29 miliardi di dollari a 13 miliardi. Questi dati suggeriscono che il settore del private equity in Italia, così come a livello internazionale, potrebbe dover affrontare ulteriori sfide nel prossimo futuro. Tuttavia, rimane da vedere se il secondo semestre porterà a una ripresa degli investimenti o se la tendenza negativa continuerà a segnare il mercato.

Come investire in private equity?

Investire nel private equity richiede un approccio strategico e una buona comprensione delle varie opportunità che questo settore offre. Gli investitori hanno a disposizione diverse vie per entrare nel mondo del private equity, ognuna con le proprie peculiarità e livelli di rischio.

Il venture capital rappresenta una delle strategie principali, particolarmente orientata verso le start-up e le aziende nelle prime fasi di sviluppo che presentano un alto potenziale di crescita. Questo tipo di investimento è ideale per coloro che sono disposti ad accettare un rischio maggiore in cambio della possibilità di rendimenti elevati. Il capitale di crescita, invece, si concentra su investimenti di minoranza in società già mature e stabili, che cercano finanziamenti per espandersi o ristrutturarsi. Questo approccio è adatto per imprese con solidi flussi di ricavi ma con una disponibilità limitata di liquidità per compiere investimenti significativi.

Un’altra strategia comune è rappresentata dall’acquisto con leva (leveraged buyout o LBO), che consiste nell’acquisizione di società mature attraverso l’utilizzo di un mix di equity e debito. Gli LBO possono portare a cambiamenti nella proprietà e nella gestione dell’azienda, con la società di private equity che spesso svolge un ruolo attivo nella direzione aziendale.

Per chi cerca un’esposizione meno rischiosa al settore, le strategie basate sul credito privato offrono diverse opzioni, come il finanziamento diretto alle imprese, prestiti mezzanini o investimenti in situazioni speciali e debito distressed. Queste alternative permettono agli investitori di diversificare i propri portafogli pur partecipando al mercato del private equity. In aggiunta, ci sono opportunità di investimento in settori specifici come l’immobiliare e le infrastrutture, così come gli investimenti di impatto che mirano a ottenere benefici sociali o ambientali oltre a quelli finanziari. Il mercato secondario privato offre inoltre liquidità agli investitori, consentendo loro di vendere partecipazioni in fondi di private equity prima della scadenza del fondo stesso.

In sintesi, per investire nel private equity è necessario valutare attentamente le proprie opzioni, definire il proprio profilo di rischio e possibilmente consultare un esperto finanziario per orientarsi nella scelta dell’investimento più adeguato alle proprie esigenze.

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Come funziona il disinvestimento?

Il disinvestimento nel private equity è una fase cruciale del processo di investimento, in cui l’investitore istituzionale esce dalla partecipazione nella società. Questo avviene generalmente quando l’impresa raggiunge una fase di sviluppo stabilita o quando, in caso di insuccesso, si riconosce che non è più possibile invertire una situazione critica. Le strategie di exit possono variare e includono:

  • La quotazione in Borsa (Initial Public Offering – IPO) dei titoli dell’azienda, che permette di vendere le partecipazioni a un pubblico più ampio e spesso a prezzi vantaggiosi.
  • La cessione dei titoli a un’altra società o a un altro investitore istituzionale, spesso attraverso negoziazioni private.
  • Il riacquisto delle quote da parte del gruppo imprenditoriale originario, che consente agli imprenditori di riacquisire il controllo totale della loro azienda.
  • La vendita delle partecipazioni a nuovi o attuali soci, spesso all’interno di un’operazione di buy-out.

Il periodo di detenzione delle partecipazioni prima del disinvestimento varia tipicamente tra i 3 e i 7 anni. L’obiettivo dell’investitore è quello di realizzare un profitto significativo dalla vendita della sua quota nell’azienda, che rifletta l’aumento del valore generato durante il periodo di detenzione. Il private equity si rivela quindi non solo un veicolo per ottenere rendimenti potenzialmente elevati al di fuori dei mercati tradizionali, ma anche un mezzo attraverso il quale le aziende possono ricevere il capitale e il supporto necessari per crescere e svilupparsi. La fase di disinvestimento rappresenta il culmine di questo processo, in cui gli investitori raccolgono i frutti del loro impegno e della loro visione strategica.

Private equity: vantaggi e rischi

Il private equity offre una serie di vantaggi sia per le aziende, inclusi gli startupper, sia per gli investitori. Per le imprese, il private equity rappresenta un’importante fonte di finanziamento che può sostenere la crescita, l’espansione e la ristrutturazione. In particolare, le startup possono beneficiare di un significativo afflusso di capitale, di competenze manageriali e di una rete di contatti che può essere cruciale per il loro sviluppo e consolidamento nel mercato. Gli investitori, d’altro canto, trovano nel private equity un’opportunità per diversificare il proprio portafoglio e accedere a rendimenti potenzialmente superiori rispetto a quelli offerti dai mercati tradizionali. La natura spesso innovativa delle aziende in cui investono può anche portare a scoperte rivoluzionarie e successi commerciali eccezionali.

Tuttavia, il private equity comporta anche dei rischi. Uno dei principali è l’illiquidità: le partecipazioni in private equity non possono essere facilmente vendute o scambiate come le azioni quotate in borsa. Questo significa che gli investitori devono essere preparati a immobilizzare il loro capitale per periodi prolungati. Inoltre, vi è il rischio intrinseco legato alle prestazioni dell’azienda in cui si investe; se questa non dovesse crescere come previsto, l’investimento potrebbe non generare i rendimenti attesi o addirittura portare a perdite. Inoltre, gli investimenti in private equity richiedono una conoscenza specialistica del settore e delle dinamiche di mercato. Gli investitori devono valutare attentamente le prospettive di ogni azienda e il contesto economico più ampio per prendere decisioni informate.

In conclusione, il private equity può offrire opportunità significative ma deve essere approcciato con una chiara comprensione dei suoi vantaggi e dei rischi associati. Per le aziende e gli startupper, significa accedere a risorse preziose per la crescita; per gli investitori, significa la possibilità di contribuire e beneficiare del successo di imprese promettenti, pur consapevoli delle sfide che questo tipo di investimento comporta.

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